Le Fabbriche di Nichi. Una Bozza per discutere
La dissoluzione delle "vere" comunità (contadine, artigianali, di commercianti, ecc.) e il tormento e supplizio di dover vivere attanagliati dall'insicurezza, sono i problemi che, socialmente, occorrono di una risposta concreta, ovvero agita, che rappresenti l’alternativa al ragionamento speculativo che la vecchia politica continua a proporre.
Una vecchia politica fatta di dichiarazioni e auspici ma sostanzialmente, e solamente, in grado di mietere insuccessi nella prospettiva della rappresentanza e spettatrice immobile di fronte al progressivo allontanamento dai cittadini.
Nel concreto della realtà pratese il problema della rappresentanza si enuclea e si evidenzia ancor più nella forma di partecipazione, oramai quasi passiva, al voto politico: dal 2005 al 2010, nell’arco di cinque anni, la città di Prato ha perso 15.000 votanti (il confronto è fra elezioni regionali). Un così alto numero di persone che da sole farebbero già il terzo partito della città. Sempre restando alle elezioni regionali il dato diventa di 21.000 votanti in meno se lo si confronta con le elezioni regionali del 2000.
Alla prospettiva della comunità e della partecipazione si sostituisce la categoria della identità individuale che si compone di elementi che dividono e separano. Contrariamente alla comunità e alla partecipazione la categoria dell’identità individuale acuisce la dicotomia libertà/sicurezza. È proprio questo rapporto che la fabbrica deve indagare e risolvere poichè se è vero che la comunità dà sicurezza, essa generalmente richiede un certo sacrificio della libertà.
La fabbrica, invece, deve tentare di conciliare proprio libertà e sicurezza, nell'ambito di un ripensamento del concetto e del senso stesso di comunità.
L'individualismo moderno, di contro, ci ha reso sempre più insicuri, proprio perché offre (e non a tutti) libertà in cambio di sicurezza. E la stessa insicurezza di cui soffre l'individuo nell'era della globalizzazione genera assenza di comunità. L'epoca attuale, poi, ha fatto il resto: all'insegna del disimpegno, della flessibilità e della ricerca delle risorse (economiche e di potere) ha distrutto completamente una seppur precaria sicurezza e un sistema minimo di certezze.
Non ci sono più, infatti, punti di orientamento che indichino un ambiente sociale "stabile", e avanza così la tendenza a non mettere le radici in nessun luogo: una strana forma moderna di "cosmopolitismo" e “nomadismo” esistenziale che nega a priori la comunità.
L'esigenza di "comunità", è comunque evidente: in tutta Italia le fabbriche si moltiplicano (sono prossime a trecento) e sfuggono al rischio del "settarismo" poiché si pongono l’obiettivo di superare le differenze, si oppongono a chi scava trincee e moltiplica i confini al fine di costruire comunità blindate.
Nelle fabbriche si sceglie di legare la domanda di riconoscimento a quella di redistribuzione e di giustizia sociale. Solo così si crea vera integrazione, in quanto è garantita l'uguaglianza sociale. A fronte del richiamo (che fa sempre comodo) al vecchio principio del divide et impera fatto dai governanti, dagli amministratori e dai partiti della destra (Lega per prima) e dagli stessi ricchi che da sempre ottengono profitti dagli scontri intercomunitari (sovente intrapresi dai poveri come sulla recente questione dell’assegnazione delle case popolari). Accanto a ciò si situa la ricerca sfrenata di un ambiente sociale sicuro e iperprotetto, e la comunità della destra diventa lo strumento preferito di quanti credono che "identità" significhi solo esclusione dell'altro in quanto diverso. La "comunità sicura" diventa perciò un "ghetto volontario".
Tutto questo non fa altro che alimentare meccanismi di segregazione e di esclusione che si autoperpetuano e si autoalimentano. La società si è ormai "ritirata" e il riconoscimento del diritto alla differenza rischia di degenerare nel riconoscimento del diritto all'indifferenza.
A fronte di tutto ciò nelle fabbriche diventa fondamentale considerare il riconoscimento di una varietà culturale come l'inizio, e non come la fine, della questione, come il punto di partenza di un lungo e forse tortuoso, ma alla fine proficuo, processo politico. In tale processo bisognerà mediare tra diritti comunitari e diritti individuali, garantendo però preliminarmente l'individuo/cittadino sia dalle pressioni comunitarie sia da quelle anticomunitarie.
SEL Prato
- Login o registrati per inviare commenti
- Versione stampabile
- Invia a un amico








che bella idea! finalmente ci sono speranze!
Erika
Nicoletta
Credo poi che la Fabbrica debba nascere come luogo virtuale oltre che fisico, forse anche prima di quella reale, anche per cercare di colmare il vuoto mediatico di cui disponiamo.
ciao ciao baci.
Matteo
Nicoletta