Io, italiana, baby sitter di una cinesina.


By alessio - Posted on 26 marzo 2009

Della piccola Susy ne va fiera come se fosse sua figlia. Oggi la bambina cinese va a scuola d’inglese, parla correttamente l’italiano con tanto di accento pratese e il suo piatto preferito sono gli spaghetti al ragù. Da nove anni Antonella Pernici, pratese d’adozione ma siciliana d’origine, la riempie di amorevoli cure come si addice a ogni baby sitter che si rispetti. E anche se adesso la bambina cinese è grandicella ed è tornata fra le braccia della mamma Cristina, prototipo dell’imprenditrice tessile in carriera (ha un’azienda di import export), la tata rimane sempre la tata.

«Viene a trovarci tre volte alla settimana e capita che mio marito l’accompagni in piscina. Ormai lo faccio per affetto, non certo per lavoro, e se non fosse per gli anni che si fanno sentire rifarei la baby sitter per un’altra famiglia cinese», racconta un’entusiasta Antonella che con i genitori di Susy ha un rapporto di rispetto e cordialità reciproca.
Un rapporto che è anche una storia di amore e d’integrazione sbocciata tra pratesi e cinesi grazie a una tenera bambina. Storie che si nascondono dietro le pareti domestiche e che spesso è difficile riportare alla luce, perché toccano le corde del cuore e la sfera degli affetti privati. Sono fenomeni il più delle volte riconducibili alle categorie del sommerso e che per questo rimangono avvolti nel silenzio.
D’altra parte la consuetudine delle tate italiane, chiamate ad accudire i bimbi con gli occhi a mandorla per aiutare le mamme cinesi impegnate tutto il giorno in fabbrica, è da tempo diffusa in provincia di Napoli, come spiegato anche dal libro “I cinesi non muoiono mai” di Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò. Ma il meccanismo si replica facilmente anche a Prato. «Quando nove anni fa venne Cristina a bussare alla porta per chiedermi se conoscevo qualcuno che facesse da baby sitter a Susy, mi sono offerta spontaneamente. A quel tempo avevo le spese del mutuo e la prospettiva di una paga di 500 euro al mese non era male. L’impegno era quello di tenere notte e giorno la bambina», spiega Antonella.
«Siamo andati avanti così per i primi tre anni, durante i quali mi sono affezionata sempre di più alla piccola che, stando in casa nostra, ha potuto imparare anche l’italiano: ai suoi occhi ero ormai come una mamma. Anzi, per un certo periodo sono stata la “sua” unica mamma».
A beneficiare di questa situazione, dunque, da una parte sono le madri cinesi, i cui figli hanno la possibilità di imparare la lingua italiana crescendo in una famiglia locale e, dall’altra, le stesse casalinghe pratesi che, come è successo ad Antonella, possono arrotondare lo stipendio o la pensione del marito grazie al lavoro della baby sitter.
Certo, in questi anni non sono sempre state tutte rose e fiori, per la tata di Mezzana che ha dovuto scontare qualche pregiudizio e malignità di troppo, per il fatto di accudire una bambina cinese.
«Ricordo che fui presa in giro da una custode della scuola materna quando mi presentai mano nella mano con Susy. Il giorno dopo ero a parlare con la preside, per segnalarle il triste episodio. Più volte sono stata criticata per il mio stretto rapporto con i cinesi. E per sentirmi dire cosa poi? Che loro hanno rubato il lavoro ai pratesi. A me un lavoro, invece, i cinesi l’hanno dato». Vorrei che in questa città si andasse oltre i luoghi comuni e i pregiudizi. Altrimenti a pagarne le spese saranno le ultime generazioni, i bambini che crescono in Italia, cittadini del domani».

Maria Lardara

Con quel viso paffuto e gli occhietti a mandorla sempre sorridenti, dal novembre scorso Annalisa fa la gioia di Roberto e Vita. Sono loro i genitori affidatari di questa deliziosa bambina cinese di due anni, che si diverte a sgambettare nell’appartamento di via Ferraris, tra i giocattoli e le musiche dei cartoni animati: sono loro che nel pomeriggio la vanno a prendere all’asilo, che la coccolano e la fanno mangiare prima di restituirla alle cure di mamma, che ogni sera l’aspetta nella casa famiglia L’Oasi di via Fiorentina.
Succede anche questo nella multiforme galassia del volontariato pratese, quello che non guarda il colore delle persone, né tantomeno quello di una bambina indifesa se chi l’ha messa al mondo è una ragazza madre in difficoltà, che deve pensare anche a lavorare e studiare per costruirsi un avvenire a Prato. Così, i coniugi Volpi hanno deciso di accudire questa bambina a titolo gratuito e volontario, dopo aver frequentato un corso di formazione per genitori affidatari all’interno di un programma di cooperazione gestito dalla comunità Emmaus. «Riceviamo una retta comunale di 12 euro al giorno per la bambina, anche se in realtà dovremmo essere noi a pagare per l’affetto che ci dà», ironizzano Roberto e Vita che con il loro gesto di solidarietà hanno trovato anche il modo di sconfiggere la nostalgia per il figlio 22enne Lorenzo, sempre in viaggio per il mondo. Sarà dura per loro non affezionarsi alla piccola Annalisa che terranno in affidamento per due anni. «Non nego che qualche volta mi faccia piacere sentirmi chiamare mamma, ma sarebbe egoistico nei confronti della bambina che una madre naturale ce l’ha», fa notare la signora Vita Scollo, titolare di un’imprese di pulizie che a 50 anni si è ritrovata alle prese con pappe e bavaglini. Vita ha sentito parlare degli ultimi episodi di ricovero di bambini cinesi affidati a badanti cinesi distratte. «I bimbi vanno seguiti con pazienza e attenzione - ricorda - il problema è che spesso le baby sitter orientali sono costrette a seguirne più contemporaneamente».
C’è un lato squisitamente umano di questa esperienza di affidamento che piace tanto ai coniugi Volpi. «Entri in contatto con il vissuto di persone che hanno alle spalle situazioni difficili, soprattutto a livello economico, che nemmeno riusciamo a immaginare: in questo caso siamo felici di poter dare una mano alla mamma di Annalisa affinché possa veder crescere la sua bambina».
Il loro non è un caso isolato: alla Querce vive un’altra famiglia di affidatari pratesi che si prendono cura di due bambini africani. «Tutto questo - fa notare l’assessore alla multiculturalità Andrea Frattani - è la dimostrazione che in città esiste un tessuto sociale forte che non ha smarrito i valori della solidarietà e dell’accoglienza, nonostante la rappresentazione e distorta semplificata che ne fanno i media, a cominciare dal programma di Santoro della scorsa settimana».

Maria Lardara

Alessio