E domani? Riprendiamoci la città. di Riccardo Cammelli
L’Italia sull’orlo del collasso, sul baratro, a pezzi. L’ultimatum europeo impone velocità decisionale e idee, quella velocità e chiarezza che c’è stata per le cosiddette leggi “ad personam” e che non c’è quando si tratta dell’Italia, degli italiani. E’ la dimostrazione di un assioma che abbiamo recitato come una litania per anni. Vorrei però esporre in alcuni punti, e socializzare alcune riflessioni per il domani, stavolta cercando di essere sintetico:
1- il Ventennio di Berlusconi sta per compiersi. Nel 1994 ci stracciammo le vesti di dosso, e gridammo allo scandalo, prevedendo la costruzione di un regime autoritario strisciante, senz’armi puntate, perché basato sul potere dei media, sulla ricchezza del compratore di Arcore. Ci sbagliammo? Oggi quel dittatore degli schermi, grande istrione e comunicatore, si rivela un vecchio alle prese con patologie di vario tipo, e un politico con crisi di appeal. Assomiglia sempre di più ad un Satrapo Orientale che mantiene la corte e l’harem, rinchiuso tra le mura dei suoi palazzi, mentre distrugge il Paese. Non credo si tratti di quella “distruzione creatrice” di cui parlarono Sombart e Schumpeter, sarebbe troppo, sarebbe volare alto. Eppure, di fronte a questa paranoia devastatrice e debilitante si sono sviluppati alcuni anticorpi: forze politiche e sociali, associazioni, singoli cittadini, in varie forme hanno dimostrato che forse, davvero, la società possiede risorse nascoste; ma il problema della democrazia italiana è stato quello di non aver saputo trovare sinora la strada per una vera alternativa politica e culturale.
2-C’è qualcosa che non riguarda solo Berlusconi, nei richiami del FMI, della BCE, nelle risate di Sarkhozy e della Merkel. Qualcosa che riguarderebbe e riguarderà qualsiasi governo. Si tratta di quella impotenza data dai vincoli finanziari ed economici imposti dalle istituzioni economiche internazionali. Sarebbe “vetero” richiamare il pensiero di Hilferding, ma mai come oggi la finanza è il Leviatano che inghiotte Stati e persone. Ecco perché, l’altro dubbio riguarda proprio il dopo-Ventennio: ammettiamo pure di trovare un accordo, una coalizione che si candida al governo del Paese. Con quali programmi? L’impressione è che ci troveremo a scrivere un elenco di “desiderata” sul quale incombono mercati finanziari, banche centrali, faccendieri, camarille di vario stampo. E ci tarperanno le ali, in nome di sigle, interessi, superiori e sovrumani.
3-Infine, l’elenco delle parole in libertà e dei dubbi si conclude con la legge elettorale. SEL ha partecipato alla raccolta di firme per l’abrogazione del “Porcellum”. Ho partecipato e sostengo l’azione promossa, ma sono scettico rispetto alla ingegneria istituzionale, di per sé insufficiente a determinare stabilità: infine sono gli uomini a stabilire i fatti, ad agire, a garantire governabilità o meno. Dai tempi di Depretis a quelli di Berlusconi , gli svariati sistemi elettorali pensati e messi in pratica in Italia non hanno mai evitato collassi di maggioranze, scongiurato crisi improvvise di governi, evitato voltafaccia e “salti della quaglia”: il trasformismo italiano è congenito, sta nella subcultura politica, e riguarda nei nostri tempi più recenti la trasformazione dei partiti e il permanere dei personalismi.
Come ai tempi di Minghetti e Zanardelli, ora come allora, valgono i notabili locali; prima organizzati in correnti dentro i grandi partiti di massa nell’era repubblicana, ora liberi creare liste con il proprio nome, per farsi carico di interessi di lobbies, gruppi e categorie economiche. Non importa scomodare Sartori o Pasquino per ricordare i muscoli mostrati nel 2008 da una maggioranza solida, numerosa e compatta uscita dalle urne, che sbeffeggiava un centro-sinistra litigioso, polverizzato e inconcludente. Che fine ha fatto quell’arroganza? E’ finita nella compravendita dei voti in Parlamento.
-E allora? In quell’altro Ventennio sarei stato tacciato di “minchioneria e disfattismo qualunquistico demoplutocratico” o cose del genere. E allora, finisce qui la riflessione, con uno slogan vecchio per un obiettivo nuovo, forse insufficiente o troppo banale: intanto ripartire dal basso, dalla qualità e dallo spessore delle nostre relazioni, dal nostro saper costruire l’alternativa nei nostri territori. Ripartire dalla lotta alla paura e alla chiusura tra di noi, nelle nostre vie, nei nostri quartieri. Come dissero alcuni, qualche decennio fa: “Riprendiamoci la città”.
Prato 25-10-2011
Riccardo Cammelli
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