Cenni apprendista sindaco all'assemblea di CNA
Di ritorno dall’assemblea di CNA che ha visto la riconferma di Anselmo Potenza alla guida dell’associazione e al quale vanno i miei migliori auguri non posso fare a meno di intrattenermi su due aspetti che hanno caratterizzato la mattinata.
Il primo: lo scollamento tra gli interventi degli imprenditori e quelli delle istituzioni e delle categorie.
Otto imprese hanno raccontato dei loro successi, della loro crescita ed iniziativa denunciando le difficoltà che incontrano nei confronti della pubblica amministrazione, nell’accesso al credito, nel riconoscimento dei loro brevetti, nei percorsi di espansione e penetrazione dei mercati internazionali.
Non hanno chiesto soldi o sussidi, hanno chiesto affiancamento, velocità, servizi efficienti e competitivi dimostrando un alto grado di consapevolezza.
Un grado non pienamente ritrovabile però nelle risposte delle istituzioni e dei rappresentati delle categorie che sono sembrati fuori sintonia rispetto a coloro o alle istanze che avrebbero dovuto rappresentare.
Credo che ci dobbiamo rendere conto, una volta per tutte, che la profonda crisi che stiamo attraversando si possa affrontare solo con umiltà, ascolto, una profonda conoscenza dei temi, decisione, coraggio e un forte coordinamento di tutti gli attori in campo, nessuno escluso.
Il secondo: l’intervento del Sindaco Cenni che francamente ha parlato come fosse ancora in piena campagna elettorale.
Lo ha fatto usando un linguaggio per nulla istituzionale, affrontando i temi dell’economia e del rilancio del territorio con molta approssimazione e improvvisando soluzioni a dir poco provocatorie.
Uno stile da “commerciale di pezze” che potrà anche rimanere simpatico a qualcuno ma visto il ruolo non convince, anzi preoccupa.
Il colmo è stato raggiunto quando ha proposto la costituzione di “fattorie solidali”dove cassa-integrati, disoccupati e precari, come fossero gli ultimi dei gironi danteschi, potrebbero lavorare o comunque integrare il loro stipendio attraverso il ritorno alla “mezzadria” dissodando i tanti campi incolti.
Lo ha detto con convinzione, senza scherzare, facendo riferimento finanche alla recente riforma agraria cinese che è stata approntata per sistemare i milioni di “zappaterra” costretti a ritornare dalle fabbriche nei campi per effetto della crisi.
Peccato che il tessuto sociale pratese sia molto diverso da quello degli “zappaterra” cinesi. E’ un tessuto non più contadino ormai da generazioni ed è fatto di diplomati e laureati, culturalmente lontani dal concetto ottocentesco della “mezzadria”.
Invece ben diverso sarebbe avviare energiche politiche di facilitazione dello sviluppo delle agricolture nei nostri territori, magari quelle di qualità e preposte ad accorciare la filiera alimentare: se il 5% dei prodotti freschi distribuiti complessivamente sul mercato locale fosse prodotto in casa, questo sì che sarebbe un vero successo economico e culturale.
Alessandro Michelozzi
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