Sinistra e Libertà
Nieri (Sel Lazio): “Ideologiche politiche di Alemanno per i nomadi”
Lun, 09/06/2010 - 10:49“Ideologico è sicuramente l’approccio del Sindaco Alemanno alla questione nomadi. Sin dal suo insediamento l’attuale Giunta comunale ha sempre affrontato questo tema esclusivamente come un problema di sicurezza, mai di accoglienza. Si tratta di un atteggiamento sbagliato e strumentale. Oggi siamo in piazza per ribadire la nostra ferma condanna verso ogni forma di razzismo e di intolleranza, specialmente nei confronti delle popolazioni Rom, Sinti e nomadi. Ma siamo scesi in piazza anche per ribadire la necessità di un drastico ripensamento delle politiche dei campi che si sono dimostrate negli anni fallimentari e ingiuste, culminate in vere e proprie deportazioni”. E’ quanto dichiara Luigi Nieri, capogruppo di Sinistra Ecologia Libertà nel Consiglio regionale del Lazio.
“Lo ribadiamo. La cultura dei campi nomadi ha solo favorito un processo di emarginazione e di allontanamento di questa comunità dalla città, quando sarebbe stato necessario promuovere interventi per favorire, in modo incisivo, le politiche di accoglienza e la scolarizzazione dei bambini. Le popolazioni Rom e Sinti sono una piccola comunità presente nella città a cui vanno riconosciuto i diritti come a tutte le altre – ha inoltre affermato Nieri”.
Bisogna porsi le domande giuste per trovare le risposte
Lun, 09/06/2010 - 10:47Domanda 1: C’è stato un tempo in SEL di discussioni infinite sulla matrice sociale del soggetto politico che stavamo costruendo e sul ruolo che in esso doveva avere il riferimento al lavoro ed ai lavoratori fintantoché non ci siamo posto la domanda.
Da che parte stiamo? Ci siamo risposti “ siamo dalla parte dei lavoratori, dei precari, dei giovani disoccupati e dei pensionati.” E cosa dobbiamo fare allora; organizzare un bel convegno? Fare un documento di analisi? No, ci siamo detti “dobbiamo andare a dirglielo” . Lo stiamo facendo, prendendo esempio da Nichi, e si stanno determinando le condizioni per iniziare a costruire un rapporto.
Domanda 2: E di cosa dobbiamo parlare con i lavoratori? C’è stato un periodo, che ha raggiunto il suo culmine con lo svolgimento del Congresso della CGIL, in cui la discussione in SEL ha preso la forma dei tifosi della prima o della seconda mozione in una forma che alludeva ad una funzione parasindacale di SEL. Mi pare che stiamo capendo, anche se le resistenze sono ancora molto forti, che ai lavoratori dobbiamo anche parlare di diritti, di democrazia, di rappresentanza, di dignità e del ruolo del che noi intendiamo assegnare al lavoro nell’alternativa politica e sociale che proponiamo e che vogliamo costruire con il loro contributo e partecipazione.
Domanda 3: Le condizioni di vita e sul lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori ci interessano fortemente e cerchiamo di contribuire come partito al loro miglioramento; ma dobbiamo anche noi, come il sindacato fa sovente, porre il dato economico come assolutamente prioritario e piegare le nostre analisi e proposte sulla condizione del lavoro come conseguenza di analisi economiche? Se così facessimo contribuiremmo a lasciare i lavoratori di questo paese in una gabbia unidimensionale, le cui maglie continuano a stringersi , nella quale i lavoratori diventano sempre più semplice forza lavoro che viene venduta e comprata secondo le regole del “libero mercato” del lavoro. Di conseguenza dobbiamo renderci conto che senza un cambiamento dei rapporti politici e sociali le condizioni generali delle lavoratrici e dei lavoratori non sono destinate e migliorare significativamente. In queste condizioni nessun governo di “larghe intese” potrà disporre delle forza politica per redistribuire reddito e poteri. In questa situazione la parola d’ordine “ribellarsi è giusto” se declinata correttamente non ha alcuna connotazione massimalista e/o immediatista bensì coglie il fatto che è in corso una feroce lotta di classe da parte del padronato e del governo Berlusconi contro i lavoratori e le masse popolari di questo paese.
Domanda 4: Sappiamo tutti la differenza tra azione sindacale e politica. Ma se guardassimo i programmi e gli ambiti di intervento dovremmo concludere che tale differenza si è già grandemente ridotta poichè é saltata la divisione di compiti tra politico ed economico propria dello schema della III° Internazionale.
E’ allora proponibile un partito-sindacato? E vero che nessuno lo propone apertamente ma comportamenti, anche al nostro interno, indicano che questa tentazione è presente. In realtà la differenza esiste ed è profonda e riguarda la rappresentanza che è profondamente diversa.
Domanda 5: La CGIL , oltre che per la sua storia, ma per la collocazione attuale di essere il solo sindacato di massa che organizza l’opposizione sociale (comunque si giudichi la sua azione), è il nostro interlocutore privilegiato nel campo sindacale. Non c’è bisogno di illustrare qui come le linee e l’azione sindacale della CGIL, oltre che per la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici hanno anche profonde conseguenze sociali e politiche. Per SEL il rapporto con la CGIL è assolutamente importante e delicato. Per prima cosa bobbiamo chiederci; ci interessa una CGIL forte, rappresentativa, democratica e plurale nelle opzioni sindacali e politiche oppure il costituire una corrente interna che fa riferimento a SEL ? E’ una domanda solo apparentemente banale ed alla quale non è dato rispondere fuori dal contesto e dalla fase. Non è oggi un dato scontato che nel nostro paese permanga un sindacato confederale (anche a tempi brevi). Spero che tutti/e che mi leggono sappiano che, in Europa, il modello predominante è quello “categoriale” di origine socialdemocratica in cui ci sono poche grandi categorie e non c’è la confederazione quanto piuttosto un coordinamento che però non ha potere negoziale sulle questioni generali e sociali la cui gestione è demandata al partito di riferimento. Per essere chiari se ciò avvenisse la CGIL non avrebbe potere negoziale sulle pensioni, ammortizzatori sociali, sanità, ecc. Quanto poi al partito di riferimento, solo pensando al PD ed alle tentazioni di equidistanza tra lavoratori e padronato presenti al suo interno mi si gela il sangue nelle vene. Naturalmente in questo schema, come in realtà avviene, ci sarebbero categorie più moderate ed altre più di sinistra ma il risultato generale sarebbe una corporativizzazione del movimento sindacale in quanto le categorie più forti e combattive otterrebbero (forse) più risultati e quelle più deboli no. Se pensiamo al mercato del lavoro in Italia con il livello di precarizzazione, di disoccupazione giovanile, di lavoro nero, ecc. è facile immaginare il disastro che ne conseguirebbe. Se così stanno le cose, allora possiamo rispondere alla domanda che ci siamo posti che non ci serve la corrente dei sindacalisti di SEL, ne esplicita ma neppure mascherata, e che se ciò avvenisse si determinerebbe parallelamente la corrente dei sindacalisti nel partito. (e come l’esperienza mi ha insegnato sarebbe, nei fatti, una corrente politica facente riferimento ad una delle “sensibilità” presenti nel partito)
SEL deve dunque stabilire una relazione forte con la CGIL nel suo complesso basata sulla reciproca autonomia e sul confronto.
Non possiamo in ogni caso sfuggire a che, come SEL, non siamo indifferenti rispetto alla dialettica interna alla Confederazione e che vediamo con favore l’affermarsi di contenuti di “sinistra” in CGIL. Ma questo ruolo di una “sinistra CGIL” si misura prioritariamente sul fatto di dare un contributo efficace al superamento delle difficoltà piuttosto che contribuire al una tendenza disgregativa e centrifuga in corso. Per essere più esplicito, qualora tutti/e voi svegliaste domani mattina e veniste a sapere che il sottoscritto è diventato segretario generale della CGIL ed i compagni/e che fanno riferimento a SEL occupano i posti più importanti della confederazione mentre tutto resta come è vorrebbe dire che siamo in presenza di un fallimento.
E’ opportuno dircelo per come è; il recente congresso della CGIL è stato un acceleratore della crisi perché non ha fornito risposte all’altezza dei problemi.
Chi conosce la situazione sa che è molto diversa da quella descritta dalla stampa. Non si è trattato di un congresso su contenuti; cioè del confronto tra linee di sinistra e posizioni più moderate anzi, non solo si è praticato, ma si è anche teorizzato che questa modalità dovesse essere superata attraverso aggregazioni trasversali ai contenuti che si sono misurate sugli assetti, sul modello di sindacato, sui rapporti di potere.
Ciò che si riscontra oggi come risultato è una frammentazione della CGIL che oggi è in balia di gruppi di potere e di equilibri segnati dalla concertazione di tra “capobastone” di minoranza e maggioranza; di uno scadimento impressionante dei valori etici e dei comportamenti e di processi di formazione dei gruppi dirigenti imperniati sulla fedeltà alla cordata di riferimento.
Bisogna aggiungere che l’esito di questo congresso ha visto il frammentarsi delle posizioni di “sinistra” ed il rafforzarsi delle posizioni moderate.
Ci sarebbe bisogno di una nuova sinistra CGIL in grado di produrre una linea di fondo efficace a rispondere ai problemi che la CGIL ha di fronte, che si ponga il problema del rinnovamento delle linee sindacali e contrattuali, che sia in grado di parlare a tutta l’organizzazione per convincere sulle ragioni del cambiamento, che ponga esplicitamente una sfida generale su una compiuta democrazia, pluralismo e rappresentanza. Ci sarebbe bisogno di tornare dai lavoratori riattivando i canali di democrazia interna che sono inceppati.
Video, Curzio Maltese intervista Nichi
Lun, 09/06/2010 - 10:45Guarda il video della festa regionale di SEL a Perugia dove Curzio Maltese ha intervistato Nichi Vendola
Claudio Fava: Fini – Il PDL non esiste più
Lun, 09/06/2010 - 10:33Tutto come previsto: il PdL non esiste piu’, Fini resta a destra come era comprensibile, l’attuale Parlamento e’ sempre piu’ ingovernabile.
Il voto adesso sarebbe un atto di verita’ e di decenza politica.
Lo afferma Claudio Fava, coordinatore della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia Liberta’.
Ciao Attilio!
Lun, 09/06/2010 - 10:31La scorsa notte ci ha lasciati Attilio Mercuri al termine di una lunga malattia, affrontata fino all’ultimo con il suo tipico stile: in silenzio, con tenacia e sempre attento a ciò che accadeva nel mondo politico e sociale, pronto a dare il suo battagliero contributo non appena il suo fisico provato dalle cure gli permetteva di supportare adeguatamente l’azione di una mente sempre attiva e la generosità di un animo sempre presente ovunque ci fosse un diritto da difendere, un debole da proteggere.
Da sempre impegnato nella sua Grottaferrata per la difesa dell’ambiente e dei diritti civili, Attilio dopo una lunga militanza nella sinistra è stato uno degli artefici, nei Castelli Romani e nel Lazio, del suo rinnovamento, che ha portato alla nascita di Sinistra Ecologia e Libertà, in cui militava e per la quale è stato candidato alle recenti elezioni comunali nella sua città risultando il più votato della lista.
Non c’è stato settore della vita sociale in cui Attilio non si sia impegnato a fondo e non abbia portato il suo personale e appassionato contributo. Anche l’associazionismo l’ha visto protagonista di mille battaglie, con Legambiente e Aprile per la Sinistra. L’ultimo suo impegno nel settore è stata la fondazione della sezione di Frascati e Grottaferrata dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, nella quale ricopriva l’incarico di segretario.
I funerali si svolgeranno oggi, lunedì 6 settembre, alle 11.30 nella chiesa del Sacro Cuore a Grottaferrata.
Ciao, Attilio!
La tua forza, la tua coerenza e la carica inesauribile del tuo saperti gettare a capofitto in ogni progetto in cui hai creduto, in ogni iniziativa, hanno dato molto a tutti noi che abbiamo potuto imparare molto dal tuo esempio.
Impegno, discrezione e dignità ti hanno accompagnato fino all’ultimo, anche nei momenti per te più dolorosi, che hai tenuto solo per te, non dimenticando di stimolarci e darti da fare anche solo con una telefonata, quando le forze non ti permettevano di essere presente.
Siamo orgogliosi di averti conosciuto, come amico e come compagno di lotte, e so che le tue idee e il pensiero di te ci faranno da guida. Ci mancheranno la tua ironia e le tue battute, non certo la tua presenza dentro di noi.
Abbracciamo forte tutti i tuoi cari.
I compagni e le compagne di SEL dei Castelli Romani
SEL Veneto in festa a Padova
Lun, 09/06/2010 - 09:558/12 settembre 2010 ore 18.00, Villa Bassi, Abano Terme (PD)
Festa di Sinistra Ecologia Libertà Veneto
SEL in festa a Potenza
Lun, 09/06/2010 - 09:5310/11 settembre 2010 ore 17.00, Parco Baden Powell – Rione Verderuolo – Potenza
Festa di Sinistra ecologia libertà di Potenza
1° Festa Comunale di SEL- Cascina (PI)
Lun, 09/06/2010 - 09:469/11 settembre 2010 ore 18.30, Circolo Arci Casciavola, via Profeti 217, Cascina
Giovedì 9 ore 18.30-20 2011: Le Elezioni A CASCINA. Prospettive per un’alleanza di centro-sinistra. Luca DONI (Punto radio-Cascina) ne parla con i rappresentanti locali dei partiti. ore 21.30 Spettacolo per bambini …”Sogno” – giocoleria, clownerie e magia di e con il clown Rufus Venerdì 10 ore 18.30-20 Verso il 1° Congresso Nazionale di Sinistra Ecologia Liberta’ ne parliamo con Dario DANTI (coordinatore provinciale SEL-Pisa) e Fulvia BANDOLI (coordinamento nazionale SEL) ore 21.30 Rock live music “Senza Fissa Dimoira” “Filarmonica Municipale La Crisi” Sabato 11 ore 18.30-20 Linee di programma di Sinistra Ecologia Libertà per le elezioni comunali di Cascina. I rappresentanti di SEL-Cascina ne parlano con la stampa locale e i cittadini. ore 21.30 Cabaret con GIANNI GIANNINI Tutte le sere RISTORANTE, ENOTECA-BIRRERIA, LIBRERIA, SPAZIO ASSOCIAZIONI, MERCATO CONTADINO CON PRODUTTORI LOCALI
Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia…
Lun, 09/06/2010 - 09:37“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia…” così Leonardo Sciascia commentava ne Il giorno della Civetta la capacità performativa della politica siciliana su quella del paese intero.
Negli ultimi anni infatti le vicende politiche siciliane sono state importanti sperimentazioni politiche esportate in poco tempo, e dopo attento collaudo, oltre la lingua di mare che ci separa dal continente.
Dalla espulsione della sinistra dalle istituzioni fino ad arrivare alla creazione di un’unica maggioranza parlamentare che vede assieme dal PD ai fedelissimi Dell’Utri e Micciché a sostenere il governo Lombardo, le fortunate alchimie politiche delle classi dirigenti siciliane hanno solcato la strada del degrado culturale e politico del nostro paese.
Tutto questo nel frangente di una crisi sistemica dell’economia globale in cui i poteri economici, che quando non sono stati artefici sono stati concausa della crisi stessa, puntano ad una fuoriuscita da essa che ridisegni i rapporti di forza nel mondo del lavoro e sul welfare sempre più in senso neoliberista.
Così mentre a Pomigliano si consuma un ricatto inaccettabile per i lavoratori Fiat (cessione dei diritti in cambio del posto di lavoro), a Termini Imerese la condanna a morte dello stabilimento è stata eseguita nel silenzio più totale della politica e delle istituzioni.
E pensare che con Termini Imerese spariscono da Palermo 2000 posti di lavoro che vanno a sommarsi ai 1500 dei Cantieri Navali, a quelli della Keller, dell’Italtel, dell’Imesi per arrivare alla cifra complessiva di oltre 5000 licenziamenti, il 90% dell’occupazione industriale della provincia, ma anche la morte produttiva di quel territorio.
In Sicilia il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 40% e circa 25.000 giovani all’anno lasciano la mia terra senza che nessuno dica niente, anzi mentre le classi dirigenti discutono di alleanze variabili utili solamente a determinare come vanno spartiti gli ultimi fondi europei che arriveranno e che verranno spesi senza che nessuno se ne accorga.
Quelli che decidono di restare vivono nella precarietà che condanna un’intera generazione rimasta senza futuro, interamente piantata nel presente, vittima del ricatto di nuovi caporali e delle mafie.
Questa è solo una fotografia, parziale, del disastro sociale, economico e politico siciliano; è una cartolina dal sud, ma è anche l’emblema di una paese che precipita senza domandarsi neanche come sarà l’atterraggio.
E’ con queste lenti che dobbiamo guardare alla sfida che abbiamo davanti; ed è proprio attraverso queste lenti che la proposta di Bersani di un nuovo “Ulivo” e di una “Alleanza per l’Italia” mi appare tutta interna alla crisi di una politica dal fiato corto che cerca nell’alchimia delle sigle la sua stessa sopravvivenza.
Mi sarebbe piaciuto sentire dal segretario del Partito Democratico una proposta sui “contenuti” per salvare il paese dal declino, anche solo un’allusione ad un’idea di paese e di società diversa da quella attuale, magari anche solo una risposta a quelle che secondo me sono le vere emergenze democratiche del paese.
La prima è la questione morale che investe tutta la politica e non solo il presidente del Consiglio e la “Cricca” dei suoi amici.
Il livello di permeabilità della politica agli interessi privati determina una dimensione della corruzione tale da generare sfiducia sistemica e devastazione economica e strutturale della pubblica amministrazione. Per questo un’alternativa è possibile solo a partire da una soluzione al conflitto d’interessi che da decenni ormai affligge l’Italia.
La precarietà, vissuta come condizione dell’esistenza dalle nuove generazioni, è la seconda e più importante emergenza non solo perché riporta indietro le lancette dell’orologio nei rapporti di lavoro ai primi anni del secolo scorso cancellando i diritti acquisiti, bensì per la sua capacità di sottrarre fiducia nel futuro condannando così intere generazioni alla rassegnazione ed alla paura; sentimenti questi su cui affonda le radici l’architrave ideologico e culturale della destra berlusconiana. Una politica che voglia farsi carico del cambiamento deve avere nel suo vocabolario le parole della “stabilità” e del “coraggio”.
Ed infine la riforma della politica che passa inevitabilmente per un rinnovamento delle classi dirigenti e da una messa in discussione dei processi decisionali e dei partiti stessi.
Serve una riforma elettorale che ridia potere decisionale ai cittadini attraverso le preferenze e l’abolizione del premio di maggioranza: L’istituzionalizzazione delle primarie rappresenta oggi l’unica possibilità di rompere il meccanismo di autoriproduzione delle classi dirigenti che ha contribuito alla crescita della sfiducia nella politica, vista sempre più come appannaggio della cosiddetta “Casta”.
Legge sul conflitto d’interessi, abrogazione della legge 30, riforma elettorale e primarie per definire leadership e contenuti sarebbero già un buon punto di partenza per riaffermare l’esistenza di una coalizione di centrosinistra che ad oggi non mi risulta scontata sul piano nazionale e sicuramente non in Sicilia.
Sinistra Ecologia e Libertà può svolgere in questo contesto un ruolo decisivo, non solamente perché Nichi Vendola è un leader che piace e che può vincere, qualora vi fossero, le primarie di coalizione; bensì perché siamo portatori di un’idea di rinnovamento della politica e di cambiamento che in Puglia ha dimostrato di essere vincente e che noi dobbiamo saper far vivere in tutta Italia, altrimenti la vittoria di Nichi sarebbe vana.
La sfida che abbiamo accettato quando abbiamo deciso di costruire una nuova Sinistra in Italia era esattamente questa: quella di fondare una forza politica in grado di raccontare il paese reale e provare a cambiarlo, perché abbiamo visto dove porta una politica che parla solo di se stessa.
Il cammino è appena iniziato ed è ancora lungo, il nostro congresso è un’occasione che non dovremmo perdere per accelerare il passo.
Erasmo Palazzotto
Le scorciatoie di Asor Rosa
Dom, 09/05/2010 - 18:24Ho letto i tre articoli estivi di Alberto Asor Rosa pubblicati dal manifesto (8/8, 20/8, 1/9). sui primi due non tornerò perché condivido in toto le osservazioni critiche fatte da Ida Dominjanni (10/8). Torno invece sul terzo, che aveva come titolo «Passaggio obbligato». Era un articolo che plaudiva alla doppia proposta di Bersani: da un lato il nuovo Ulivo da costruirsi in tempi medi come alternativa al berlusconismo, e dall’altro l’«alleanza democratica» per una legislatura costituente (in tempi brevi) che veda al suo interno non solo forze di centrosinistra ma anche pezzi o forze di centro, e addirittura anche Fini se decidesse di staccarsi dal Pdl, e che abbia come obiettivo immediato la cacciata di Berlusconi e un governo a termine con coloro che ci stanno senza esclusione alcuna.
Nella lettera di Bersani mi pare che Asor Rosa trovi la conferma piena delle sue proposte estive, e dunque forse per questo la ritiene il primo atto di iniziativa politica del maggior partito di opposizione. E se ne rallegra chiedendo anche ad altri di farlo. Io posso concedere che se il Pd batte un colpo è un bene rispetto alla paralisi nella quale è immerso da tempo, ma non più di questo.
Nel merito vorrei discutere: il difetto più grande di entrambe le strade indicate mi pare sia ancora una volta l’indifferenza assoluta rispetto ai contenuti. Accompagnato dal rischio concretissimo, come è avvenuto finora, che non si cominci mai a costruire un’alternativa culturale, politica e sociale al berlusconismo inseguendo l’araba fenice e la scorciatoia del governo costituente subito. Le vuote formule non parlano al paese e ai cittadini e non contribuiscono a rendere comprensibile la politica. E infatti quella lettera di Bersani bisogna leggerla due volte almeno, e forse anche tre.
Le formule vuote di contenuti che spieghino l’Italia e la qualità dello sviluppo che vogliamo e il mondo come lo pensiamo, e il lavoro come lo creiamo e lo cambiamo senza stravolgerne diritti e ruolo sociale, sono soltanto un esercizio che allontana ancora di più i cittadini dalla politica e dalla partecipazione al voto. Anche per Asor Rosa i contenuti paiono contare, infatti richiama nel suo articolo l’ambiente e il territorio, temi a lui e a me cari, e dice che le eventuali forze costituenti dovrebbero fare grossi passi avanti su queste materie. E io allora penso subito a Casini che, solo per fare alcuni esempi, lavora per tornare al nucleare e condivide la privatizzazione dell’acqua, ha idee medievali sulla laicità dello Stato e sui diritti civili, condivide «la ristrutturazione» della Fiat di Marchionne, peraltro assecondata anche da parti significative del Pd.
Penso alle leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi e mi convinco che per l’ennesima volta stiamo prendendo un granchio per le chele. Perchè queste differenze non vanno taciute, sono la carne e il sangue della politica buona e non sono scavalcabili con un atto volontaristico come pare pensare Asor Rosa. Si rischia di scambiare ancora una volta lo scontro serio in atto nel Pdl su quale profilo debba avere la destra in Italia per una scorciatoia offerta al centrosinistra per «liberarsi di Berlusconi».
Se è vero che il berlusconismo, «governando», ha cambiato così tanto la politica, la cultura di questo paese, la finanza, l’economia e il ruolo sociale del lavoro, la scuola e l’università, la sensibilità civile, l’idea che abbiamo dei migranti, la percezione della stessa Costituzione e della giustizia, allora è su queste materie che dobbiamo costruire in fretta una alternativa credibile e convincente. In sostanza, a me pare non ci siano nella realtà le due ipotesi che propone Bersani e che in qualche modo aveva nei suoi articoli precedenti proposto Asor Rosa.
Ne resta sempre e solo una, mai perseguita in questi due anni, ed è quella di costruire una alternativa sociale, politica, culturale al governo delle destre e della lega. Bersani la chiama «nuovo Ulivo» e io attendo rapidi chiarimenti. La cosa che mi interessa di più è sapere su quali contenuti questo progetto di alternativa comincia a parlare al paese. E se si apre un confronto ampio e partecipato per definire le proposte che ci fanno diversi e alternativi alle destre.
Veniamo infine alle primarie sulle quali personalmente, a differenza di altre/i, non ho mai avuto innamoramenti improvvisi e che non ho mai ritenuto salvifiche in assoluto. La domanda è semplice e persino un poco ingenua: se una piccola forza della sinistra in formazione – SeL – che nasce dalle culture storiche della sinistra e anche da quelle che sono state o diventate sinistra in altri modi e con altri percorsi più recenti, si accorge di esprimere alcune idee condivise in vari territori e di avere una certa capacità di sollevare anche temi difficili come sono quelli ad esempio dell’uso dei beni comuni come l’acqua, se le capita di avere l’unico presidente capace di governare una regione importante nel Mezzogiorno e di essere rieletto riportando alla politica e alla partecipazione molti giovani e anche elettori delusi dal Pd, perché mai non dovrebbe aspirare a competere nelle primarie che dovranno scegliere la leadership che guidi lo schieramento alternativo alle destre?
E perché queste primarie sarebbero «democraticiste», come scrive Asor Rosa, mentre quelle che scelsero Prodi e poi Veltroni e anche Bersani come segretario del Pd furono, secondo i più, un grande momento di partecipazione popolare? E non mi farei distrarre dall’interrogativo se venga prima il programma per l’alternativa o la scelta del leader. La risposta per noi dovrebbe essere ovvia: vengono insieme. La sinistra non è populista e non si affida ad un uomo solo al comando.
Fulvia Bandoli
Pubblicato su il manifesto
Un nome per il futuro
Sab, 09/04/2010 - 15:13
Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, emerge come nuovo leader della sinistra italiana e possibile candidato contro Silvio Berlusconi.Come se non bastasse la crisi economica, l’Italia vive un grave momento di turbolenza politica. Il presidente della camera, Gianfranco Fini, cofondatore insieme a Berlusconi del Popolo della Libertà, partito al governo, è stato espulso dal partito per la propria resistenza alla presentazione di progetti anticostituzionali e antidemocratici. Nella votazione più recente alla Camera, il Governo ha avuto la meglio con una votazione inferiore alla maggioranza assoluta, in virtù di circa 80 astenuti. Avrebbe perso se parte delle astensioni fossero stati voti a sfavore. Ed è quello che potrà accadere a breve termine, quando Berlusconi tornerà alla carica con alcuni dei progetti combattuti da Fini.
La prospettiva per il momento è incerta, si parla di elezioni anticipate e anche della formazione di un governo tecnico. In caso di elezioni, il candidato inevitabile della destra continua ad essere Berlusconi, oggi supportato dalla Lega Nord della quale, in qualche modo, è ostaggio.
Al centro sembra sia in cantiere una nuova unione, alla quale si unirebbero Fini e i 34 finiani che avevano accompagnato il leader. E la sinistra? A parte figure legate ad un passato di sconfitte davanti a Berlusconi, entra in scena un nuovo personaggio, Nichi Vendola, recentemente rieletto alla presidenza della Puglia, la più ricca del Sud della penisola, dopo aver vinto le primarie contro i pezzi grossi candidati del PD, maggior partito dell’opposizione.
Nato a Bari 52 anni fa, battezzato Nicola, laureato in lettere e filosofia, comunista e cattolico, figlio di un comunista cattolico, iscritto al PCI fin da giovane, alla dissoluzione del partito uno dei fondatori di Rifondazione Comunista, e anche fondatore dell’Arcigay italiana. Omosessuale dichiarato, “pezzo del mio scisma delle due chiese, quella comunista e quella cattolica”, come è solito dire. Nel 2009 è uscito da Rifondazione e attualmente è leader di Sinistra Ecologia e Libertà. Buon oratore, coraggioso, carismatico, viene indicato come il futuro della sinistra italiana.
CartaCapital: Lei viaggia molto sin dai tempi dell’università. Secondo lei come viene considerata oggi l’Italia nel mondo?
Nichi Vendola: Credo che, in questo momento, il mondo consideri l’Italia un paese marginale e consideri il protagonismo del nostro primo ministro, Silvio Berlusconi, come un fenomeno di costume più che politico. Esiste una diffusa ironia globale in relazione a quello che noi chiamiamo berlusconismo.
CC: Può spiegare cosa è il berlusconismo?
NV: Si tratta di un fenomeno che trae origine da due fattori, il populismo e il neoliberismo. E’ stata e continua ad essere l’espressione di un fondamentalismo mercantilista che ha saputo capitalizzare la crisi della politica, dei partiti e che, in circa 15 anni, ha trasformato l’Italia in un paese molto meno equilibrato e, dal punto di vista civile, molto più isterico.
CC: Quali sono le conseguenze del berlusconismo?
NV: Oggi l’Italia ha una classe dirigente che esprime intolleranza relativamente al costituzionalismo democratico, che sopporta male l’equilibrio di pesi e contrappesi, indispensabile per una moderna architettura democratica, che spara contro l’autonomia dei poteri giudiziario e legislativo, e del potere dell’informazione. È una situazione abbastanza grave perché Berlusconi è allo stesso tempo l’uomo più ricco del paese, proprietario della maggior parte delle imprese e delle emittenti private, ed è il controllore di tutte le emittenti pubbliche. È una anomalia che macchia l’immagine di un paese maturo e di grande tradizione democratica come l’Italia.
CC: Il controllo dei media rende la situazione inimmaginabile per qualunque democrazia. Basterebbe pensare a ciò che sta accadendo con Fini, fino a ieri alleato di Berlusconi e cofondatore del PDL, il partito maggioritario, e oggi in disgrazia solamente perché è contrario ad alcune leggi che favorirebbero la criminalità organizzata.
NV: Contro Fini abbiamo assistito più di una volta ad un’offensiva politica realizzata con l’uso dell’omicidio morale e dei servizi segreti e anche di strumenti di repressione. Una lotta politica sollevata con estrema violenza verbale, con il ritorno in scena di potenze notoriamente criminali, come quelle di Cosa Nostra e della Camorra, e come quelli della Massoneria deviata, che condizionano direttamente la vita politica nazionale. Tutto questo costituisce per l’Italia una ferita incalcolabile.
CC: Con il berlusconismo oggi in Italia nessuno fa carriera senza correre il rischio di essere ricattato. Lei concorda con questa considerazione che ho sentito fare molte volte negli Stati Uniti da italo-americani molto influenti?
NV: Andrebbe aldilà di questo. L’Italia di oggi somiglia molto all’Italia del Medioevo, un paese non-paese nel quale dominano i signori locali, le satrapie, piccoli clan. Dietro la corruzione dei politici esiste una complessa rete di potere di dimensione tipicamente locale. Mentre la Lega Nord canta l’inno antipatriottico della Padania nelle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, cerca di legittimare le piccole patrie, alcune di queste in mano a clan paracriminali.
CC: Tuttavia, il 15 agosto il Ministro degli interni Maroni e quello della giustizia Alfano, hanno sostenuto che nessuno ha fatto tanto quanto Berlusconi nel combattere la criminalità organizzata… Per Mario Landolfi, del PDL, solo Mussolini è stato meglio del sultano nel combattere la Mafia…
NV: Non è il Governo che emette mandati d’arresto, questa è la grande beffa di quei venditori di tappeti quali sono i ministri Maroni e Alfano. I giudici e i procuratori che portano avanti la lotta contro i clan e boss mafiosi in generale sono offesi e calunniati quotidianamente da Berlusconi. La cattura di un fuorilegge è frutto di grande lavoro, a volte di decine di anni. Credo che un governo serio dovrebbe chiedersi perché, dopo tanti arresti, resta inalterato il potere economico delle mafie, il suo dominio su interi territori nazionali e la capacità di tornare protagonista della globalizzazione. Si può immaginare che nella mafia esista un principio, simile a quello dell’economia di mercato: le carceri possono rappresentare solo una specie di turnover e le figure coinvolte con la criminalità organizzata continuano a rimanere al potere. Per esempio, il Ministro Maroni dovrebbe dirci perché non ha espulso il suo collega di governo Cosentino, quando qualche procuratore aveva sollecitato la sua detenzione per associazione con la camorra.
CC: C’è chi sostiene che lei potrà essere il primo Premier dell’era post-berlusconiana. Che ne pensa?
NV: Il problema è che io sono molto distante dalla politica intesa come quella di palazzo.
CC: Perché?
NV: Per il momento, perché per due volte ho dovuto dirottare il centro-sinistra nelle primarie per potere sconfiggere il centro destra nelle elezioni di una regione-laboratorio come la Puglia. Se ho vinto è perché la mia vita, la mia lingua, la mia storia, sono espressioni di una dimensione nuova, diversa della politica.
CC: Chi è Nichi Vendola?
NV: Sono quello che ha viaggiato in giro per il mondo, che si è addentrato in zone di guerra e guerriglia, che ha raccontato i dolori del mondo, sono quello che si è battuto nel corso della vita per i diritti di ciascun essere umano, sono quello che governa una grande regione, la Puglia, riuscendo in tre anni a farla ritornare la più importante del mondo per le energie rinnovabili, sono quello che apre un avvenire di lotta alla privatizzazione dell’acqua, avendo a disposizione il maggiore acquedotto d’Europa, sono quello che dichiara guerra agli sfruttatori di immigrati. Infine, non sono un cacciatore di farfalle, non canto alla luna, tento di restare coerente con ciò che dico e faccio. Vivo la politica come il pensiero di una società più civile. Io sono uno che quando vince non dimentica i perdenti.
CC: L’ex neofascista granata, dissidente berlusconiano, insieme a Fini, ha affermato che appoggerebbe un governo capeggiato da lei.
NV: In Italia Granata esprime un nuovo genere di destra, liberaldemocratica, in stile europeo, gaullista, che è la miglior destra possibile. Sono scettico per quanto riguarda le alleanze paradossali. Ho stima di Granata, ma questo è un altro discorso. Credo che il fenomeno politico culturale di Futuro e Libertà, l’alleanza politica che Fini vuole fondare, sia un fenomeno in grado di contribuire perché si giunga ad un nuovo centro. Vedremo. Destra e sinistra a volte in Italia sembrano categorie equivalenti.
CC: Lei è di sinistra. Che significa oggi essere di sinistra in Italia?
NV: Per la sinistra vincere deve essere semplicemente un verbo che può essere tradotto in un sentimento popolare, vincere come un sentimento che cambia la vita. È come quando in Brasile la vittoria della sinistra significa cominciare una lotta alla miseria e all’analfabetismo. In tutta l’America Latina la sinistra negli ultimi 10 anni ha iniziato questa lotta, la lotta alla disuguaglianza, per i diritti sociali, mentre la sinistra europea osserva con un’aria di sufficienza. Allo stesso tempo, nell’Europa di oggi, ci sono 80 milioni di poveri, 20 milioni dei quali sono bambini. La politica di sinistra deve rivolgere l’attenzione a questi problemi.
CC: Qual è la sua situazione in prospettiva di future elezioni?
NV: Ritengo interessante il successo che ho avuto nel cuore del Veneto della Lega, in un confronto con il governatore Zaia. Sono stato lì per esporre le mie idee e dire agli imprenditori: “siete in difficoltà perché avete raccontato una bugia, vale a dire, che era possibile condurre una competizione internazionale massacrando i lavoratori, diminuendo il costo del lavoro. Al contrario, per me questo è fatto con processi di innovazione, creando un sistema, una rete, non avendo paura delle realtà emergenti. La competizione in se stessa è una parola distruttiva”. Dicendo questo e dicendo che i ricchi dovrebbero pagare le tasse, ho ricevuto applausi, io terrone nel cuore del nord leghista. Io rappresento il contrario della sindrome di Zelig.
CC: Di che si tratta?
NV: La sinistra si esprime con un linguaggio da cardinale quando parla con il Vaticano, e in forma di datore di lavoro se parla con la confederazione delle industrie. Vuole essere uguale ai suoi interlocutori. Al contrario deve difendere le proprie ragioni, salvaguardare il bene delle persone.
CC: Qual è il programma che lei propone per l’Italia del futuro?
NV: La mia è una sinistra che non coltiva malinconia, è una sinistra curiosa, che tenta di capire i linguaggi dei giovani, che non cerca i migliori ma tutti, che non si forma per missioni venute dall’alto, ma si costituisce con il dibattito dal basso, che non riesce a stare inquadrata in partiti di sinistra, ma si incontra nelle scuole, nelle chiese, nelle difficoltà, nella vita reale delle persone. La mia è una sinistra più ricca di domande che di risposte sul futuro, sul vivere insieme, una sinistra popolare, plurale, dei diritti umani. Quella che ha la capacità di ascoltare un mondo nuovo. In America Latina, Turchia e India si riesce a percepire il profumo di nuove idee. L’Europa è un continente nel quale regna la morte e per riportarlo in vita abbiamo bisogno di una grande e nuova sinistra.
CC: Intanto l’unico che ha sconfitto Berlusconi fino ad ora è stato Prodi, un centrista.
NV: Provo grande affetto per Prodi. Temo che in politica non abbia più la possibilità di dare replica del passato, ma le direttive del prodismo, anche con tutti gli errori commessi, ha portato ad una politica con grandi potenzialità di espansione. Se Berlusconi è stato il responsabile della narcotizzazione televisiva, per la mancanza di responsabilità di massa, l’inversione del sistema che ha creato deve partire da un nuovo grande protagonismo democratico. Sono morto stanco delle diatribe simbolico-ideologiche all’interno della sinistra: non c’è più tempo né spazio. Non lotto per una sinistra minoritaria, lotto per vincere. Non c’è bisogno di aver paura della nostra gente, dunque. È con la nostra gente che vinceremo, insieme, con loro e grazie a loro.
CC: Qual è la sua relazione col Brasile?
NV: Sono stato due volte in brasile. La prima in vacanza a Rio, per il primo dell’anno, a San Paolo e a Florianopolis. Un’altra volta ho partecipato al forum sociale di Porto Alegre. Per me il Brasile rappresenta una parte della mia anima. Quelli della mia generazione hanno appreso a far politica da bambini, tenendo davanti il mappamondo. E un posto speciale era l’America Latina. Fin da bambino sapevo tutto sull’America Latina. Naturalmente la vittoria di Lula, le battaglie dei seringueiros, quelle del MST, le straordinarie lotte di questi luoghi del cuore del Brasile hanno costituito una parte fondamentale del mio immaginario. È una delle mie patrie. Se la sinistra non apprenderà ad avere una molteplicità di patrie, è finita. Vorrei per questo chiudere con le parole di Rocco Scotellaro, un antico poeta del sud: io sono un filo d’erba, un filo d’erba che trema, e la mia patria è dove il filo di erba trema.
Da Carta Capital del 2 settembre 2010
Traduzione di Paola Russo
Tremonti e la lega Italia nell’Europa tedesca
Sab, 09/04/2010 - 14:37Il processo di ristrutturazione del centrodestra, purtroppo, procede assai più rapidamente della rifondazione di una sinistra che sia all’altezza. L’intervista di Repubblica a Tremonti lo conferma. E già il giornale ospitante la dice lunga sulla portata dell’operazione.
Cosa dice Tremonti?
- che ormai la dimensione internazionale della politica non può essere che la declinazione della politica europea;
- che questa politica europea si fonda sul nuovo patto di stabilità e sui programmi di riforma nazionale ad esso finalizzati che a partire da quest’anno saranno varati nel semestre europeo in sede UE (e di questa nuova politica abbiamo avuto prova già con le manovre ispirate da Bruxelles a partire dalla Grecia e passando da quella italiana).
- che in questo quadro lo spazio nazionale sia dato solo da una ricerca di una convenienza per il Paese in un ambito, l’Europa, senza il quale e impossibile pensare di stare nella globalizzazione.
- che lo spazio è’ quello della competitività e che il modello cui ispirarsi è la Germania che ha una struttura economica sociale e istituzionale votata a questo,con il plauso di Draghi e buona pace di Marchionne e della sua America.
- che proprio per questo è necessaria una politica di interesse nazionale che inglobi l’opposizione, in particolare nella predisposizione di quel piano di riforme che sarà obbligatorio con il 2011.
- che non si può spaccare l’Italia, ma il Sud deve stare in questo quadro.
- che la dialettica sociale è accettabile ma solo nell’ambito di una comune vocazione alla competitività.
L’impressione che fa l’intervista è quella di una dichiarazione di valore strategico che candida oggettivamente Tremonti ad essere il leader di una Terza Repubblica ad ispirazione tedesca. Che potrebbe realizzarsi assai presto passando magari per elezioni che non consegnino nessuna maggioranza e che portino a un governo di Lega Italia per stare nell’Europa tedesca. La subalternità del Pd a questo quadro e’ impressionante. Nicola Zingaretti in un lucido e interessante intervento sul Riformista coglie la portata degli eventi e propone l’idea condivisibile di una riforma democratica del paese.
Vi è la consapevolezza che i compromessi della Prima e Seconda repubblica non tengano più. Ma se non si ha la forza di proporre una visione autonoma e alternativa alla fine si oscilla tra l’americanizzazione di Marchionne e la germanizzazione di Tremonti. Entrambe hanno a fondamento l’intoccabilità della globalizzazione capitalista e, con approcci diversi, convergono nell’espunzione del lavoro come soggetto autonomo e alternativo.
D’altronde e’ proprio questa espunzione l’atto fondante che dal Pci ha portato al Pd. E mentre la crisi del Pdl continua a trovare nella cassetta degli attrezzi della globalizzazione elementi utili a nuove soluzioni, quella del Pd non produce altro che il ritorno un po’ patetico all’ulivismo.
E il plauso a Tremonti di un ulivista per eccellenza come Padoa Schioppa fa venire i brividi. Naturalmente sono possibili molte critiche interne al progetto tremontiano come quella della differenza profonda tra Italia e Germania a partire dal potere cogestionale del sindacato e dai livelli di occupazione di salario e di welfare che rendono l’idea di Tremonti un trucco per smantellare il nostro contratto nazionale.
Ed e’ ben difficile pensare a un’ europa che possa germanizzarsi piuttosto che essere come e’ al servizio della Germania.In realtà il rilancio dell’Europa richiede una vera alternativa alla globalizzazione liberista. Per questo la manifestazione del 29 a Bruxelles e’ importante. Ma per questo occorre un salto della sinistra non per tornare all’Ulivo ma verso la sinistra europea.
Roberto Musacchio
Il signor Berluschionne
Sab, 09/04/2010 - 13:49Sono state inviate tre lettere nelle ultime settimane. Si sono incrociate nell’etere, si sono forse sfiorate,non si sono intrecciate. Non sono entrate in comunicazione tra loro. Non hanno dato vita a quella sinergia dalla quale dipendono interamente, oggi, le sorti della sinistra e dell’intero paese.
Due di queste lettere sono state inviate dall’ex segretario del Pd Walter Veltroni e dal suo successore Pierluigi Bersani, la terza la hanno spedita quei tre operai della Fiat di Melfi che incarnano oggi la prima linea della resistenza non solo in nome dei diritti dei lavoratori ma anche della dignità stessa del lavoro e della persona umana contro il cinismo cieco del profitto e la sua ottusa logica.
E’ di per sé positivo che i dirigenti di quel partito abbiano scelto di affidarsi allo spessore della parola scritta e non alla futilità delle comparsate televisive o alla messinscena vacua delle mosse a effetto, dense di apparenza e spoglie di sostanza. E’ positivo nonostante la vaghezza che segna la lunga missiva dell’ex segretario e il lessico intriso di politicismo che penalizza la seconda. E’ però inquietante l’assenza, in queste due lettere, di qualsiasi riferimento al sentimento, alla denuncia, all’urgenza di giustizia che animano la terza, quella degli operai di Melfi.
Melfi non è una enclave arretrata, lasciata indietro dal luminoso progredire di democratiche relazioni industriali. E’ uno degli esperimenti pilota in cui viene messo a punto il futuro tempestoso che attende le generazioni più giovani. E’ il laboratorio finale di un lavoro senza diritti, della precarizzazione come condizione umana essenziale, di una logica della produttività e del profitto promossa a unica misura di valore.
Questo disegno non è altra cosa dal populismo mediatico in cui si risolve il berlusconismo: ne è l’altra faccia. Sono feroci gemelli che procedono appaiati, di volta in volta scegliendo quale mandare avanti. Coniugati, incarnano un’idea di società, una cultura diffusa, una visione della relazione fra le persone. Per sconfiggerli la sinistra deve saper mettere in campo un’architettura complessiva di segno opposto ma altrettanto coerente, altrettanto omogenea, altrettanto ambiziosa. Cercare rifugio nelle capanne fragili delle piccole furbizie, delle alleanze inconsistenti e di alchimie politiche esoteriche e incomprensibili non ci aiuterà. Non servirà a sconfiggere il populismo berlusconiano. Non fermerà la precarizzazione globale e onnivora della società italiana.
Se il centrosinistra, qualsiasi nome scelga di darsi, vorrà competere per vincere nelle prossime elezioni, poco importa se tra un mese o tra un anno, dovrà farlo dimostrando di saper creare una nuova connessione fra quei due linguaggi che hanno oggi perso ogni capacità di comunicare fra loro: quello della politica e quello del paese reale, quello dei nostri palazzi e quello dei mille luoghi dove si sta consumando la degradazione del lavoro in una forma di moderna schiavitù, spogliata di ogni diritto. Nessuna formula convincerà mai il nostro popolo se l’alleanza di centrosinistra non sarà fondata, anziché sull’ipocrisia dei “programmi” scritti solo per essere sventolati e poi disattesi, sulla solidità di un progetto comune e di un’idea condivisa di società e di civiltà, sulle fondamenta profonde di valori unitari.
Hanno ragione tutti quelli che chiedono di affrontare la prossima prova elettorale con regole diverse. Cambiare questa legge elettorale ignobile sarebbe doveroso. Ma le leggi elettorali non sono prodotti di sartoria, che si possano ridisegnare di volta in volta prendendo le misure a seconda delle circostanze e della convenienza immediata. Modificare la legge elettorale, senza ricadere negli errori e nei puntuali fallimenti degli ultimi due decenni, deve significare oggi misurarsi senza reticenze con il fallimento del bipolarismo e con una crisi profonda della democrazia, partendo non dal microscopico e spesso errato calcolo del vantaggio a breve ma da un’idea della democrazia sostanziale, della rappresentanza dei criteri con cui ripristinare il potere reale dei cittadini, degli elettori, del popolo. Di tutto possiamo aver bisogno, oggi, tranne che delle miopi furbizie.
Nichi Vendola
da Gli Altri
Bomba o non bomba…
Sab, 09/04/2010 - 07:14Abbiamo vissuto un agosto sconcertante, così incredibile che qualsiasi aggettivo non può descriverlo adeguatamente. Il Governo nazionale entra in crisi e, in mezzo a minacce, colpi bassi e protagonismi dell’ultima ora, si va verso un accordo che ha come vittima principale il Sud. Berlusconi infatti ricompatta la sua maggioranza su cinque punti e qualcuno riesce anche a tirare un sospiro di sollievo davanti a un federalismo che vedrà il Mezzogiorno in ginocchio in una situazione sempre più disastrosa e disperata soprattutto in merito alla sanità pubblica (e in Calabria nel 2010 piangiamo la morte di una come vittima ragazza per un parto cesareo).
Ma c’è tanto di più in questo intensa e pazzesca estate. Abbiamo assistito a un ottuso rilancio dei lavori per la costruzione del Ponte sullo Stretto, davanti all’ennesimo progetto di riforma della giustizia che non fa altro che prestare il fianco alla criminalità organizzata. E poi, davanti all’invocazione di maggiore sicurezza e tolleranza zero nei confronti dei migranti, vediamo arrivare in Calabria i nuovi sbarchi di centinaia e centinaia di disperati non su gommoni ma questa volta su yacht o addirittura su un veliero, una barca da 250 mila euro che sputa un ragazzo morto in mare e ne trasporta 51 verso false speranze. Intanto mentre leggiamo di case a Montecarlo e di donne utilizzate di volta in volta per nascondere il marciume della politica ed esaltare la moralità “fai da te”, va in scena la pornografia di Marchionne e della Fiat.
A volte c’è la sensazione di vivere in un Paese narcotizzato che non riesce a stare dalla parte di questi tre lavoratori non solo davanti ad una sentenza inequivocabile, cioè dalla parte della giustizia, ma neanche ricorrendo a un elemento di dignità umana riesce ad esprimere normali sentimenti di solidarietà sociale. La Chiesa, in questo momento, si schiera in maniera aperta al fianco dei migranti e dei lavoratori, eppure neanche la Cei riesce a scalfire un sentimento che si annida in gran parte del corpo dei suoi fedeli. Fa male infatti, al di là delle differenze politiche, vedere l’ovazione dei giovani al meeting di comunione e liberazione a Rimini per Marchionne, Tremonti, Maroni coloro che in questo momento rappresentano gli artefici maggiori di questo disastro sociale.
La Calabria e Reggio Calabria non sono da meno. Non c’è traccia del dibattito nazionale – che pure ha effetti diretti e pesanti sul destino del nostro territorio – ma ogni mattina siamo costretti a leggere sui giornali i contorni di una crisi politica grave, pesante. E surreale. Da quando Giuseppe Scopelliti ha lasciato il posto di sindaco della città per rivestire il ruolo di presidente della regione, al Comune si è aperta una partita all’ultimo sangue. Lo scontro è tra chi, la stragrande maggioranza, vuole continuare a fare gli interessi dell’ex sindaco e chi sta tentando di preparasi il terreno per far diventare questa parentesi da sindaco facente funzioni una condizione permanente. Ma non sono né l’atteggiamento naif di indicare Irene Pivetti come assessore all’Immagine né le argomentazioni grevi usate per bocciare l’ex presidente della Camera la cosa peggiore in questo momento di crisi.
Quello che conta è il clima preoccupante – fatto anche di lettere minatorie – e lo scontro al quale sono costretti i cittadini di Reggio fatto di scambi di accuse, minacce a mezzo stampa, insinuazioni e la guerra di posizionamento che stanno combattendo i gruppi di potere della città che si preparano alle elezioni. E di fronte a questa situazione trovo semplicemente assurdo che l’opposizione invece di rimettersi in moto, invece di richiamare la cittadinanza ad aprire gli occhi attraverso iniziative in cui informare e partecipare, è capace soltanto di “approfittare” dello scontro per spalleggiare il competitor di turno di Scopelliti sperando nel miracolo. E il miracolo non ci sarà.
A questo si aggiunga la bomba al procuratore generale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro, ennesimo atto di intimidazione contro questo magistrato, al quale va la mia solidarietà, ed ennesima intimidazione alle toghe reggine che evidentemente stanno facendo un ottimo lavoro. Se tutto questo è vero fa sorridere amaro questo governo che dichiara di aver sconfitto la ‘ndrangheta in Calabria sventolando come proprio il lavoro delle forze dell’ordine e dei magistrati reggini. La catena di intimidazioni, un omicidio cinematografico fatto in mezzo alla spiaggia di Soverato, lo sfruttamento e l’occultamento dei migranti nella Piana di Gioia Tauro, i nuovi sbarchi di cittadini afgani, il caso clamoroso di Corigliano Calabro sono solo alcuni dei fatti che ci consegna questo agosto nel fragoroso silenzio della politica e della società civile. Ecco allora la necessità di chiedere alla politica e alle istituzioni di fare la propria parte fino in fondo. A partire dalla compilazione delle liste elettorali nelle prossime elezioni amministrative, dalla selezione dei gruppi dirigenti, dalla trasparenza quanto mai necessaria nella gestione del consenso da parte delle istituzioni. Fino ai cittadini che devono esercitare fino in fondo il diritto-dovere del voto.
Da qui, con onestà intellettuale, dobbiamo provare a ripartire. Se non vogliamo che l’assonanza sempre più forte tra la Reggio Calabria di oggi e la Palermo dei primi anni 90 diventi una tragica sovrapposizione.
Celeste Costantino
Pratichiamo l’innovazione
Sab, 09/04/2010 - 07:12Lo scorso 19 agosto io ed altre compagne e compagni di Sel del Lazio abbiamo promosso un appello e costituito un gruppo su fb per chiedere che, in attesa che si possano creare le condizioni per cambiare una legge elettorale definita da tutti una “porcata”, fosse subito messa in campo una semplice soluzione per restituire da subito ai cittadini il potere di scegliere deputati e senatori, attraverso lo strumento delle primarie aperte.
Così da essere comunque ridata la parola ai cittadini e poter ristabilire con loro una nuova connessione sentimentale auspicando che Sel sia il primo partito a proporlo e a metterlo nel proprio statuto.
Questo anche per cercare di praticare l’idea di Nichi di “invasione”del campo largo del centro sinistra.
Basta con le sudditanze nei confronti del PD.
Basta aspettare che le proposte ci provengano da chi ha le maggiori responsabilità dello sfascio attuale in cui si trova la sinistra italiana.
Crediamoci, e agiamo, come coloro che pensano di poter offrire e conoscono l’urgenza di farlo un nuovo paradigma per l’intero campo progressista.
Insomma abbiamo provato a sparigliare.
Come facemmo prima delle elezioni regionali del Lazio lanciando le primarie e un nostro candidato per superare l’impasse in cui s’era cacciato il PD.
All’epoca, l’assordante silenzio dei nostri ex dirigenti locali, lasciò soli migliaia di elettori e simpatizzanti che si identificarono nella lotta per arrivare alle primarie.
Con gli esiti nefasti che tutti conosciamo.
E oggi? Il rischio di ripetere l’errore è sotto gli occhi di tutti.
Dopo la nostra proposta abbiamo avuto grande adesione di molti iscritti e simpatizzanti su tutto il territorio nazionale ma nulla s’è ancora mosso nel concreto.
Nel frattempo però il quotidiano nazionale L’Unità, attraverso le parole del Direttore Concita De Gregorio, ha lanciato 8 giorni dopo la nostra proposta (modestia ci spinge a pensare casualmente) una raccolta firme per chiedere le primarie per la scelta dei parlamentari nelle varie circoscrizioni.
Il successo è stato clamoroso.
Fino a ridare forza ad un PD in crisi totale che, qualora questa proposta si concretizzasse, diventerebbe nuovamente polo d’attrazione per grande parte del popolo della sinistra come dimostrato dai molti nostri compagni e compagne di SEL che hanno firmato l’appello dell’Unità.
Per questo credo che il coordinamento nazionale del nostro partito debba affrontare, alla prima occasione, immediatamente questo nodo.
Se Sel diventasse il primo partito che manda agli elettori del centro sinistra il messaggio che da noi loro contano più delle scelte fatte nelle segrete stanze, beh, credo che faremmo un bel balzo in avanti nel giocare un ruolo di primo piano per ricostruire un nuovo campo progressista.
Che più che sugli abracadabra dei nomi (Nuovo ulivo, Alleanza democratica ecc) deve sostanziarsi teorizzando ma soprattutto agendo pratiche nuove.
A partire dal concetto semplice e chiaro: o con un nuova legge elettorale o attraverso le primarie, coloro che mi dovranno rappresentare al parlamento li voglio sceglier io.
Fabio Bonanno
http://www.facebook.com/home.php?#!/group.php?gid=141221482583027&ref=ts
http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/scegliere-deputati-e-senatori-si-puo-con-le-primarie
In tanti hanno già risposto all’appello, il Governo fermi questa macelleria sociale
Ven, 09/03/2010 - 16:22Da giorni si svolge un presidio a Montecitorio dei precari della scuola di Palermo, per dare eco al dissenso di una politica restrittiva, dettata da un’unica logica: quella del risparmio. In tanti hanno accolto l’invito venuto dai precari di Palermo in sciopero della fame a sostenere la loro lotta. È tragico che si debba ricorrere a forme estreme di protesta come lo sciopero della fame per denunciare la gravità della situazione prodotta dai tagli alla scuola e dalla cosiddetta riforma Gelmini, che hanno portato decine di migliaia di lavoratori alla disperazione.
Il dato complessivo a livello nazionale è di circa 25 mila cattedre e 15 mila posti in meno per il personale ATA per l’anno scolastico 2010/11, che si aggiungono ai 57000 posti persi già l’anno scorso. Per tutti gli ordini e i gradi di scuola le riduzioni del personale sono legate: all’aumento dei numero di alunni per classe, alla chiusura di alcuni plessi, alla riconduzione di tutte le cattedre a 18 ore nella secondaria, all’abolizione delle compresenze e alla riduzione del tempo pieno.
Non nuovi finanziamenti, non più appropriate forme di valutazione dei vari processi di ricerca, non il potenziamento di rete integrata, mondo produttivo, servizi e società, ma attraverso “la spada di Damocle” della precarizzazione del lavoro dei Docenti, Insegnanti e Ricercatori, e la negazione dei fondi per l’innovazione si vuole far morire lo sviluppo del nostro Paese.
Per questo la scuola della Gelmini e di Tremonti risulta un’idea semplificata, che torna pesantemente indietro nel tempo ed è una scuola a una dimensione che deve costare sempre di meno. Il progetto berlusconiano disegna una scuola meno. Meno istruzione, meno cultura, meno obbligo scolastico, meno autonomia, meno partecipazione, meno collegialità e che riporta la scuola indietro di un secolo, vale a dire a quell’idea di nazione, di società chiusa a riccio, nell’arrogante e meschina difesa del proprio “particulare”.
In tal senso il presidio non denuncia soltanto la terribile situazione lavorativa, ma anche tutte le innovazioni pedagogiche e didattiche che si sono avvicendate negli ultimi decenni e che hanno fatto della Scuola Primaria una vera “perla” dello scenario formativo europeo
Per questo alcuni rappresentanti politici del PD, SEL, Federazione della Sinistra e IDV hanno già dato la propria adesione alla piattaforma proposta dal presidio:
- ritiro dei tagli;
- assunzione dei precari a tempo indeterminato;
- rifiuto del maestro unico;
- ritiro della “riforma” della scuola secondaria.
Si auspica che in tanti possano aggiungersi a coloro i quali hanno già firmato e che il Governo ascolti e fermi questa “macelleria sociale e culturale”.
di Giorgio Crescenza
Festa di SEL a Penne (PE)
Ven, 09/03/2010 - 16:194/5 settembre 2010 ore 18.00, piazza San Francesco, Penne
Festa di zona della Vestina in provincia di Pescara. Ci sarà anche l’on Guidoni di SEL NAZIONALE
Marco Furfaro (SEL Lazio): inaccettabile dichiarazione della Gelmini
Ven, 09/03/2010 - 13:57Roma, 3 settembre 2010 “Siamo tutti offesi dall’atteggiamento di un ministro della Repubblica che rifiuta l’incontro con i precari che protestano davanti a Montecitorio”, così in una nota il portavoce regionale di Sinistra Ecologia Libertà Lazio Marco Furfaro. “Se la Gelmini fosse scesa dalla sua torre d’avorio a parlare con chi rischia la vita digiunando da ormai quasi 20 giorni, non si sarebbe permessa di parlare di “strumentalizzazioni” e “spettacolarizzazione”. È un linguaggio irrispettoso che evidenzia la distanza di una politica che è sorda alle richieste dei suoi cittadini, che non concepisce il lavoro come elemento indispensabile della dignità umana e che riconduce le stesse proteste negli schemi di metodi che le sono propri. Caterina, Giacomo, Salvo e gli altri precari meritano solidarietà ma soprattutto una risposta rassicurante sulla possibilità di vivere senza l’ansia di una precarietà che diventa sempre più esistenziale.
Cambiare, con il voto, i gruppi dirigenti
Ven, 09/03/2010 - 12:54Arrivati a questo punto, viene il dubbio di aver assistito all’ennesimo atto della farsa politicista delle classi dirigenti italiche. Proprio quando è apparsa più chiara la natura predatoria, antisociale e anticostituzionale del governo, con le sue cricche, Tremonti e lo stesso Berlusconi intento a sfasciare la Costituzione repubblicana, l’attenzione si è spostata sullo scontro rusticano tra i due “cofondatori” del Pdl, a colpi di paginate sui possedimenti a Montecarlo della famiglia Tulliani e di minacciosi dossier segreti sulle origini delle fortune del presidente del Consiglio. Il ricorso al voto minacciato come strumento per regolare i conti interni, che oggi è considerato una mezza sciagura dai maggiorenti del Pdl. Sarà che Berlusconi ha percepito, per la prima volta, la concreta possibilità di perdere, non solo le elezioni ma anche la sua impunità, fatto sta che non si voterà a fine anno e che il presidente del Consiglio ha rilanciato un programma in cinque punti (giustizia, tributi, federalismo fiscale, sud e sicurezza).
L’opposizione, nel frattempo, ha giocato una partita confusa e segnata dalle conflittualità interne. Ha, nei fatti, delegato a Fini il compito di mettere formalmente in crisi la maggioranza attuale, sperando nella di lui conversione, aiutato da Casini, ad un governo tecnico o comunque di transizione postberlusconiana. Ha alzato un polverone sulle primarie (troppo in anticipo quando si è candidato Vendola e troppo in ritardo un mese dopo). Non ha detto sulla deriva xenofoba di Sarkozy dopo l’aberrante espulsione in diretta tv dei Rom e non a replicato al truce “spezzeremo le reni ai clandestini” strepitato dai livorosi gerarchi fedeli al premier. Non si è espressa sulla modernità ottocentesca di Marchionne e sul programma di distruzione di ogni autonomia dei lavoratori e delle loro organizzazioni. Basta leggere il programma della festa nazionale del Pd, che si svolge a Torino e non certo a Detroit, dove l’unica discussione sulla Fiat è organizzata sulla “memoria contesa, memoria condivisa”, con l’illuminante confronto con Carlo Callieri, indimenticato braccio armato di Cesare Romiti nel fare tagli e licenziamenti di massa nell’80, e con nessuno, neanche per sbaglio, della Fiom.
Per aprire formalmente una crisi di governo si potrebbe presentare un progetto di legge di iniziativa parlamentare per cambiare il sistema elettorale attuale, se davvero fosse questa la più urgente delle priorità. Tra le tante proposte in campo, preferirei un modello tedesco, però quello vero! Metà collegi uninominali ad elezione diretta e metà su liste di partito, con attribuzione proporzionale dei seggi, sbarramento al 5% o con l’elezione diretta in almeno tre collegi. Soprattutto, vorrei che si cancellasse l’osceno premio di maggioranza nazionale presente nella legge attuale. Non so se ci sia la possibilità di approvarlo in tutta fretta oggi, ma, sicuramente, potrebbe essere un impegno da realizzare immediatamente nella nuova legislatura. Considero, invece, controproducente continuare a ripetere che, con la legge attuale, Berlusconi vincerebbe sicuramente le elezioni, perché le elezioni prima o poi ci saranno e, molto probabilmente, con questa legge.
La proposta di Bersani, il “nuovo Ulivo”, gioca a far ritornare alla memoria antiche vittorie, seguite da disastri ben impressi nella memoria collettiva. Piace molto a chi si candida a sopravvivere da cespuglio o a chi, come Casini, aspetta il suo turno, magari desistendo, di qua o di là, a seconda delle convenienze. Aprire un largo confronto democratico, di cui le primarie sono il primo passo, serve anche a cambiare l’attuale sistema politico, che non regge sulla difesa di idee che non decollano, il Pd, o sulle rendite di posizione, l’Idv.
Le forze larghe della sinistra, senza aggettivi, dovrebbero provare ad essere i costruttori della nuova fase, mettendo al centro la Costituzione, una nuova e rigorosa questione morale e la necessaria riforma sociale e civile. Hai voglia a dire che c’è la fuga dei cervelli, la depressione dei trenta/quarantenni, la disperazione dei lavoratori dipendenti, la dequalificazione della formazione, la negazione dei diritti civili, l’arretratezza ecologica e la dilagante precarietà. Hai voglia a dirlo, se l’unico orizzonte che prometti è una “coalizione” a “geomeria variabile”. C’è bisogno di cambiare nel paese, cambiare pagina dopo l’oscuro quindicennio berlusconian-liberista. C’è voglia di cambiare addirittura nel Pd, dove Matteo Renzi dice schiettamente ciò che molti pensano dei gruppi dirigenti attali. Per farlo c’è bisogno di non avere paura, né delle elezioni, né del popolo che ce le può far vincere e che, proprio per questo, deve essere chiamato a decidere sul futuro: uomini e progetti, visioni e gruppi dirigenti.
Gennaro Migliore
da Il Manifesto
Milano, le primarie di Repubblica.it
Ven, 09/03/2010 - 12:33«Primarie entro metà novembre». La promessa è del segretario metropolitano del Pd, Roberto Cornelli, che dopo la discesa in campo di Stefano Boeri, oltre a Giuliano Pisapia e Roberto Caputo, raccoglie l’appello del centrosinistra ad accelerare i tempi sulla consultazione della base per la scelta del candidato da contrapporre a Letizia Moratti l’anno prossimo. La prossima settimana dovrebbe essere convocata la prima riunione per definire regole e date. «Chiunque non dovesse vincerle — anticipa Cornelli — deve impegnarsi a sostenere il vincitore, un programma comune e a partecipare all’organizzazione della campagna elettorale».
Ma la vera novità arriva dall’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, che in un’intervista all’Espresso anticipa che potrebbe arrivare presto un terzo uomo. «Perché escluderlo? — spiega — Con Boeri è tramontata la soluzione alla veneziana che ha portato alla vittoria di Orsoni. Ma non lo è affatto l’ipotesi di una candidatura di centro che rappresenti la nuova fase politica nazionale. Ci sto lavorando insieme ad altri. Il problema, per vincere, è il rapporto con l’area di centro. E Boeri non la rappresenta e non potrà avere l’appoggio di forze come l’Udc».
Resta da chiarire anche cosa deciderà di fare Valerio Onida. Riccardo Sarfatti, a nome delle novanta personalità del mondo delle professioni che fanno parte del suo gruppo, non si sbilancia: «Decideremo all’assemblea di martedì, ma l’importante è che si fissino subito regole chiare che garantiscano tutti». Ma secondo alcuni bene informati ci sarebbero forti pressioni per convincere l’ex presidente della Corte costituzionale a rompere gli indugi. Anche a sinistra c’è chi prevede che se le cose non cambieranno, una parte della Federazione andrà da sola al primo turno.
Pure gli ambientalisti sono molto perplessi. Chi spara a zero è, però, il coordinatore cittadino di Italia dei valori, Giulio Cavalli: «Il nome di Boeri non dice nulla — attacca — Rappresenta solo un’archistar lontana dalla quotidianità. Ha visioni programmatiche diverse dalle nostre, ma non porremo veti». Parole che alcuni interpretano come un preannuncio di candidatura alle primarie. Mal di pancia che si aggiunge a quello di Dario Fo. Nello Patta, portavoce della Federazione della Sinistra fissa i suoi paletti: «Ora è necessaria la partecipazione di tutti per raccogliere idee su una Milano diversa. Mi auguro che si coinvolgano i comitati dei cittadini non solo per fare il tifo ai diversi candidati». E Carlo Monguzzi (Pd) aggiunge: «A me Boeri va benissimo, a patto che chiarisca subito i suoi conflitti di interessi».
Giuliano Pisapia in vantaggio anche su internet nelle primarie virtuali di Repubblica.
Saranno le primarie d’autunno a decidere chi sfiderà Letizia Moratti nella corsa elettorale per di primavera per l’elezione del sindaco di Milano. Tre, per ora, le candidature: Giuliano Pisapia, il primo a scendere in campo, seguito da Roberto Caputo e Stefano Boeri. Ma il quadro non sarà completo fino a quando non sarà fissata la data delle primarie: altri candidati potrebbero proporsi. Ai lettori la scelta su chi meglio potrebbe affrontare la sfida con il centrodestra milanese.





